
Ecco la ragione della sua nera malinconia. Nato a Mantova, domiciliato a Roma e residente a Parigi, non mi è difficile intuire il motivo che impedisce a quest’uomo di fermarsi in una città e lo spinge inquieto e errabondo dall’una all’altra, senza posa nè pace.
I.MONTANELLI, Incontri. NUVOLARI, Il Corriere della Sera, 20 maggio 1950
L’ 11 agosto del 1953 cessava di vivere Tazio Nuvolari, pilota automobilistico e motociclistico italiano.
La sua carriera sportiva si sviluppò nell’arco di circa trent’anni, dal 1920 al 1950, interrotta per più di sei anni a causa della Seconda guerra mondiale. Era conosciuto da giornalisti e appassionati con i soprannomi di “Mantovano volante” e “Nivola”. Il nome originale i genitori lo presero -azzeccando in pieno- dal re sabino Tazio perché simboleggiava la tempra dura e il coraggio guerriero.
Nuvolari è considerato ancora oggi uno dei più grandi piloti nella storia dell’automobilismo, ricordato e ammirato soprattutto per il suo grande talento, la sua spericolatezza e le straordinarie capacità alla guida.
Montanelli gli dedicò uno dei suoi Incontri (usciti a puntate sul Corriere e poi riuniti in uno dei suoi più importanti volumi).
Ne riportiamo un estratto.
“Tazio Nuvolari ha cominciato a uscire fuor di strada prima ancora del primo circuito in motocicletta, subito dopo l’altra guerra. Già in un giro di prova, alla vigilia della gara, schizzò via in una curva, perforò come un siluro un cartellone pubblicitario e s’infilò in un reticolato.
Lo zio, medico condotto, gli fasciò tutto il corpo con centoventi centimetri quadrati di cerotto, e suo padre il giorno dopo lo trasportò a braccia fin sulla pista. Tazio partì sotto la pioggia, a una svolta sbucciò il parapetto che gli spezzò netto la falangina e la falangetta dell’indice della mano sinistra, e con quell’osso in fuori che sporgeva dal guanto strappato come una rossa bandierina, giunse primo.”
Nello scendere, sentì i piedi sguazzargli dentro le scarpe come quando si va a caccia in padule. «Quant’acqua!», pensò, e invece era il sangue colatogli dalle ferite del giorno prima, di sulle quali il cerotto s’era staccato, scoprendole. «Non è nulla!» — disse lo zio medico. — «La tua pelle è come mastice di prima qualità». Gli stese il dito monco su un’assicella di legno sulla quale legò con un filo di ferro la falangina e la falangetta mozze, assestò sul tutto un colpo di martello e lasciò che il mastice facesse il resto, come infatti fece. Ognuno ha il medico che merita.”
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