

“Il meglio dei suoi pezzi descrittivi sono i nebbiosi e struggenti paesaggi padani con la loro narcotica magia, il mondo delle «lanche», dei «barcari» e «di quegli assurdi e romantici cercatori d’oro che ancora inseguono il loro miraggio nelle pioppie lungo il fiume. Ma il suo stile segue ricette che di emiliano non hanno nulla: è asciutto, cucinato all’olio, senza grassi né burri.”
I. Montanelli, I PROTAGONISTI. BEVILACQUA , Il Corriere della Sera, 6 maggio 1966
Il 9 settembre del 2013 veniva a mancare Alberto Bevilacqua (1934-2013), scrittore, poeta, regista, sceneggiatore e giornalista italiano.
Nacque a Parma nel 1934 e iniziò a pubblicare i suoi scritti negli anni ’50. Il suo primo successo arrivò con il romanzo La Califfa, seguito da Questa specie d’amore, che vinse il Premio Campiello. Bevilacqua si occupò anche di cinema, curando la trasposizione dei suoi romanzi e ottenendo un David di Donatello. Nel 2013 morì a Roma all’età di 79 anni.
Montanelli gli dedicò un lungo articolo sul Corriere della Sera nel 1966, accogliendolo nella serie dei ‘Protagonisti’. Ne riportiamo un estratto.
“Bevilacqua viene dalla provincia, e il primo pericolo che ha corso è stato quello di restarci insabbiato com’è successo a tanti suoi maggiori e coetanei. Parma però è una provincia un po’ particolare, che di provinciale ha solo le dimensioni. Quando il ragazzo Bevilacqua cominciò a frequentarne i caffè, li trovò affollati di clienti che si chiamavano Macrì, Spagnoletti, Bertolucci, Squarcia, Borlenghi, Guareschi, Egisto Corradi, Bruno Romani, Minardi, Torelli, Madeo (e chiedo scusa a coloro che dimentico in questa improvvisata rassegna). E’ incredibile ciò che questa piccola città, tenacemente attaccata al suo rango di capitale, ha dato alla letteratura e al giornalismo, dopo quello che aveva già fornito alla musica con Verdi, Pizzetti, Toscanini e Barilli.
(…) Bevilacqua non conosce nemmeno gli abbandoni sentimentali della sua gente, facile alle lacrime e agli intenerimenti come lo è al sangue e alla violenza. E di questo pudore e contenutezza offre un saggio splendido nell’ultima parte di ‘Questa specie d’amore’.”
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